Via Virginio Lucchini

Virginio Lucchini
sindaco
(2 aprile 1912 – 20 ottobre 1995)

virginiolucchiniVirginio Lucchini nacque a Somaglia il 2 aprile 1912, quarto ed ultimo dei figli di Giacomo e Gesuina. Il papà Giacomo era ciabattino ed era stato coinvolto dalle prime ispirazioni della Rerum Novarum sul ruolo dei cattolici nella vita sociale e politica. Per questo nel primo dopoguerra si adoperò per l’azione dei popolari e ben presto andò allo scontro con i socialisti, rischiando anche dal punto di vista fisico.

Virginio (detto Ginetto dagli amici) assorbì questa linfa ed ebbe la fortuna di incontrare, durante la sua adolescenza e gioventù, un sacerdote “rivoluzionario” come don Pasquale Vitaloni, che permeava le giovani generazioni di allora con uno spirito libero, antifascista ed innovativo per quei tempi.

Don Pasquale ebbe un influenza molto spiccata sul giovane Virginio: di qui il suo rifiuto ad aderire al partito fascista e la sua lenta maturazione di cattolico democratico.

Nel 1930/31 quando il regime fascista chiuse gli oratori e i circoli dell’Azione Cattolica, don Pasquale andò avanti a radunare e a parlare con i suoi giovani in passeggiate al fiume Po od altrove e a tuonare dal pulpito contro la dittatura e Virginio ne restava profondamente colpito, anche perché don Pasquale pagò il prezzo della sua protesta prima con un isolamento in paese e poi con il trasferimento a Lodi.

Si sposò il 5 maggio 1937 e in viaggio di nozze a Roma ebbe l’ardire di andare in Piazza Venezia ad ascoltare Mussolini mentre proclamava l’impero italiano. A fatica la moglie lo contenne dal protestare pubblicamente ad evidente rischio di disavventure.

Durante la guerra Virginio potè avviare i primi contatti con i moti della resistenza che nel codognese aveva il suo punto di riferimento in un altro prete, don Nunzio Grossi di Codogno. Molto importante fu per lui anche l’amicizia con Pietro Gallotta, dirigente dell’Azione Cattolica di Codogno, intellettuale e fervente antifascista.

Nell’ultimo anno della guerra la casa di Virginio servì da punto di riferimento della nascente resistenza: nel solaio erano raccolte armi e propaganda del Comitato di Liberazione Nazionale, mettendo a grave rischio l’incolumità della sua famiglia (aveva ormai tre figlie), dato che restava comunque un osservato “speciale” del regime.

Il 25 aprile è nel gruppo che occupa il municipio, avviando il processo democratico nel paese. Si oppone fermamente ad esecuzioni sommarie dei dirigenti fascisti locali rinchiusi nei sotterranei del Castello e si adopera per cercare di riportare a Somaglia quelli detenuti a Casale. A Somaglia, grazie anche alla sua opera, non verrà versato sangue.

Alle prime elezioni comunali il Fronte Popolare ottiene la maggioranza e Virginio inizia un lavoro lungo ed intenso a favore dei ceti più poveri. In quegli anni le condizioni di vita dei contadini erano molto precarie: la giovane democrazia italiana faceva fatica a garantire il rispetto delle leggi e degli accordi negoziali.

Così Virginio iniziò un’azione veramente a “tutto campo” nel campo sindacale, girando per le cascine a contatto con le esigenze dei contadini, a condividerne gioie e dolori e a difenderne i diritti molto spesso violati. Oppure a promuovere la realizzazione di case adeguate e con il famoso “piano Fanfani” anche in parecchie cascine di Somaglia si costruirono abitazioni degne di questo nome per i contadini.

Nel 1951, anche grazie a questi anni di intensa attività, la Democrazia Cristiana conquistò la maggioranza alle elezioni comunali, con un primato che non avrebbe mai più perduto.

Intanto si profilavano i primi passi della fuga dai campi, con l’avvento del processo di industrializzazione e con centinaia di contadini che, da un giorno all’altro, sono espulsi dalle cascine.

Inizia per Virginio una nuova fase: nell’osteria di Pezzi in via Manzoni trova spazio in un sottoscala un “ufficio” sindacale, a cui si rivolgono centinaia di lavoratori, di Somaglia e della zona, per il disbrigo delle più svariate pratiche e, soprattutto, alla ricerca di un lavoro. Virginio bussa tante porte e alla fine conosce il capo del personale della Redaelli e dell’Alfa Romeo: sono centinaia le persone che, grazie a lui, trovano un posto di lavoro a Milano in queste due fabbriche storiche.

E’ naturale allora che dopo le elezioni comunali del 1960, Virginio sia eletto sindaco di Somaglia.

Da subito si mette all’opera per dare impulso e sviluppo al territorio: l’occasione dei lavori per la costruzione dell’Autostrada del Sole diventa opportunità per ottenere la costruzione a Somaglia delle aree di servizio, che faranno conoscere il nome di Somaglia in tutta Italia.

Nel 1963 un altro fatto storico ed avveniristico: il Comune firma con la Casa Somaglia dei discendenti della nobile famiglia Cavazzi una “convenzione” in virtù della quale passano di proprietà pubbliche molte aree residenziali su cui sarebbero sorte poi Somaglia Nuova e San Martino Nuova. Si tratta di un accordo che anticipa legislazioni intervenute anni dopo ed uno dei primi a definire patti tra pubblico e privato.

Comincia a nascere Somaglia Nuova, dove la sinergia tra il Comune e la Casa Somaglia pongono le basi per la realizzazione di quello che oggi viene definito, a ragione, uno dei quartieri più belli del lodigiano per l’armonia e la pianificazione ordinata, in un intrecciarsi virtuoso tra cooperative, case Gescal, case private. Sono centinaia le famiglie di lavoratori, artigiani e piccoli imprenditori che arrivano a possedere la loro casa con le più svariate agevolazioni ed aiuti fiscali o di mutuo.

Intanto si apre il capitolo del lavoro: dopo la fuga dai campi non era più sufficiente mandare la gente a lavorare a Milano, occorreva promuovere il lavoro anche in loco. Virginio si mette alla ricerca di imprenditori e crea nuove opportunità per l’insediamento di industrie. Dagli anni sessanta è un continuo arrivo di nuove imprese: la TIM, la Vicom, la SIPS (ora Alusteel), la Peruzzi e altre che creano anche molte attività indotte. I posti di lavoro creati sono tantissimi e Somaglia comincia ad assumere un ruolo importante nell’economia del basso lodigiano, tant’è che negli anni settanta si tengono anche delle esposizioni primaverili,lungo via Raimondi e nelle scuole, dove viene messo in risalto il lavoro somagliese.

Intanto c’è un fervore di lavori pubblici, grazie anche all’intensa opera di Virginio che va a stanare finanziamenti ed occasioni per poter procedere con lavori di urbanizzazione e stradali, con le nuove scuole medie, Somaglia diventa un Comune citato a modello ed invidiato da molti.

La sua attività politica è continua: cerca in ogni modo di mantenere nel suo partito, la Democrazia Cristiana, i principi basilari del cattolicesimo democratico di Sturzo e di De Gasperi, lavorando intensamente specialmente al manifestarsi di cadute di valori.

Virginio riceve altresì il riconoscimento di Cavaliere della Repubblica e la medaglia d’oro della Provincia di Milano, a testimoniare l’apprezzamento del suo lavoro di amministratore pubblico.

Nel 1977 si dimette da sindaco, ma continua la sua attività politica nel Consorzio Sanitario del Basso Lodigiano.

All’inizio degli anni ottanta entra nel Consiglio di Amministrazione dell’Opera Pia Vigoni, che gestisce la casa di riposo di Somaglia e ne diventa ben presto presidente. In pochi anni elabora nuovi progetti di gestione con l’inserimento di nuove figure professionali, mediche, infermieristiche.

Avvia il progetto di riconversione edilizia con una ristrutturazione completa e con nuove costruzioni, tramite un contributo a fondo perduto da parte del ministero della Sanità e della regione. La casa di riposo viene stravolta completamente e diventa quella struttura funzionale che oggi si vede. Resta presidente fino alla primavera del 1995, quando le condizioni di salute ormai si fanno precarie.

Muore il 20 ottobre di quello stesso anno.

Ad animare tutto questo c’è una forte e fondamentale ispirazione ideale, in gran parte ricavata dall’incontro con la spiritualità del Movimento dei Focolari e la sua fondatrice Chiara Lubich.

E’ proprio da una grande tensione verso l’altro e da un immenso amore per la propria gente che derivano poi le reali concretizzazioni, soprattutto per i più poveri e per quelli più nel bisogno. Un’idealità molto radicata, che diventa stile di vita basato sull’integrità morale, sull’onestà e sul servizio continuo al bene comune: doti che ancor oggi restano le vere fondamenta della società democratica.